|
LA
LOGICA IMPRENDITORIALE - MANAGERIALE
II modello cui Milano Futura si ispira è quello dell'economia
manageriale:
tale modello persegue l'ottimizzazione e la sistematica ricerca
di sinergie
tra risorse umane e risorse materiali.
Nella logica imprenditoriale di Milano Futura l'uomo è elemento
portante,
con le sue potenzialità, le sue predisposizioni attitudinali,
le sue idee e
aspirazioni (autorealizzazione).
Questo processo di valorizzazione si fonda sulla delega dei compiti
e delle responsabilità
e su meccanismi atti a far emergere in ciascuno la propria imprenditorialità
latente.
L'agenzia viene gestita come un'azienda, e attraverso la delega
l'Agente-imprenditore può via via spogliarsi dei ruoli operativi
(si pensi all'Agente tuttofare, figura assai diffusa anche in
realtà di grandi dimensioni),
per occuparsi di strategia, nonché della ricerca, selezione
e gestione delle risorse umane, che costituiscono il più grosso
e produttivo investimento
nel settore assicurativo.
Inoltre, mentre tale settore è orientato alla creazione di subagenzie
relativamente indipendenti, Milano Futura persegue la strategia
alternativa
di una suddivisione dell'Agenzia-azienda in microaziende satellitari
interdipendenti, dette sistemi.
All'organizzazione piramidale, caratterizzata da un processo di
comunicazione verticale (sovente unidirezionale) si sostituisce
un'organizzazione orizzontale, in cui i flussi informativi seguono
un
andamento circolare.
Ogni sistema è affidato a un responsabile, con un budget di produzione,
un imput-costi e altri obiettivi non produttivi da raggiungere
(in termini di conservazione
del portafoglio, gradimento della clientela, inserimento di nuovi
consulenti, ecc).
Coerentemente con l'approccio descritto, al responsabile di sistema
si richiede una spiccata attitudine manageriale (capacità di conduzione,
motivazione e coordinamento degli uomini).
|
|
RIFLESSIONI
A SUPPORTO DEL PROGETTO
(Fonte "L'Impresa", Il Sole 24
Ore)
FORMAZIONE
La
nuova vera ricchezza aziendale non è più il capitale
finanziario, ma la conoscenza.
Creare valore nella nuova economia significa valorizzare tutto
ciò che è intangibile, come la cultura,
la leadership, le relazioni e, infine, le idee e l'immaginazione
che, per l'appunto, sono i fattori abilitanti il
processo innovativo.
Riconosciamo che i fattori competitivi non sono più quelli
hard, ma quelli soft, dobbiamo deciderci a
considerare l'innovazione come un percorso che interessa, a 360°,
tutti i processi aziendali, e dare
dignità di ricerca e di tecnologia anche ai processi di
relazione con il mercato, logistici, distributivi,
di qualità, del servizio, finanziari e di gestione delle
risorse umane.
"Viviamo
in un mondo in cui il nuovo è diventato un lavoro a tempo
pieno, ove la formazione è la leva
per gestire il cambiamento".
Nell'indagine
Asfor 2003 sullo stato di formazione manageriale in Italia colpisce
soprattutto una cosa:
la prima motivazione delle imprese in ordine d'importanza non
è l'aggiornamento delle competenze
tecnico-professionali o manageriali e nemmeno la creazione di
una cultura e di valori aziendali condivisi,
che erano le motivazioni prevalenti sino a pochissimi anni fa.
Questi fattori motivazionali restano importanti ma vengono sopravanzati
dal sostegno al
cambiamento e all'innovazione.
La formazione continua diviene strumento fondamentale per rendere
possibile il cambiamento
per accompagnarlo, per prepararlo. Senza formazione il cambiameto,
sia esso tecnologico,
organizzativo, strategico, voluto dal vertice, analizzato e progettato
dai consulenti,
rischia di rimanere sulla carta.
Vi è dunque la piena consapevolezza (make it happen = farlo
succedere), bisogna preparare
le risorse e l'organizzazione attraverso la formazione, che deve
essere abbastanza personalizzata
e difficilmente standardizzata; deve costantemente applicarsi
ai "laboratori d'innovazione"
ai processi e alle tecnologie che vengono, di fatto, trasformati.
In parole povere meno aula e più coaching
(essere per fare gruppo), tutorship (apprendimento collettivo),
project work (operare per obiettivi)
e action learning (focus sulla realtà) come metodologia
formativa.
OCCORRE UN MODELLO D'IMPRESA
Parliamo di process re-engineering per descrivere innovazione
di processi organizzativi,
con veri e propri salti di riduzione di costi. Dietro tutte queste
innovazioni c'è sempre e comunque
l'uso di conoscenze, ma non caratterizzate dalla ricerca tecnologica.
Per tutte le innovazioni di business
la ricerca tecnologica non serve; occorre comunque uno sviluppo
di conoscenza, ma orientata
all'innovazione, e non solo alla razionalizzazione.
Quindi il valore non sta solo e tanto nella conoscenza, e segnatamente
in quella tecnologica, ma
nel modello d'impresa che considera la conoscenza una risorsa
da gestire, acquisendola,
sviluppandola, utilizzandola. L'innovazione è la leva della
differenziazione per uno sviluppo di
una specifica identità competitiva. Bisogna poi riflettere
sulla conoscenza che si produce e diffonde
attraverso la formazione, e l'investimento educativo, per tradursi
in un valore: quello del capitale intellettuale.
Anche qui dobbiamo fare un analogo ragionamento: la conoscenza
di per sé non produce valore,
né per l'individuo né per l'organizzazione, se non
è utilizzata; dobbiamo pensare a un percorso
perché la conoscenza possa davvero diventare leva di competitività.
Intanto occorre distinguere tra
la conoscenza tacita e la conoscenza esplicita. La conoscenza
è tacita quando è costruita in via
inconsapevole ed empirica, non è razionalizzata e quindi
poco trasferibile e poco adattabile.
La conoscenza diventa esplicita quando è basata sulla comprensione
e sul governo del rapporto
tra una causa e un effetto. Larga parte della conoscenza acquisita
in via tacita si perde con il
suo detentore e non diventa patrimonio collettivo, perché
non trasferibile ai propri "eredi".
In larga parte questa è una delle ragioni per cui la piccola
impresa italiana non decolla, non si
sviluppa, non cresce e spesso finisce con il suo fondatore, perché
incapace di portare a sistema la
conoscenza del singolo protagonista.
Poi dobbiamo pensare che la conoscenza non si traduce in prassi
operativa se non si unisce a
una capacità per diventare competenza. La conoscenza di
una ricetta di cucina notoriamente non
basta per ottenere buoni piatti se non è utilizzata dalla
nonna che ha dalla sua anche la competenza.
Con il manuale di marketing di Philip Kotler non si diventa esperti
di marketing, se alla preziosa conoscenza
contenuta nel libro non si unisce un'esperienza applicativa che
chiamiamo, appunto, competenza.
A questo punto dobbiamo immaginare che la competenza del singolo
non basta all'organizzazione
se non diventa competenza collettiva prima e competenza organizzativa
dopo.
Una cultura è forte quando la competenza è omogenea
e diffusa, quando il saper fare interiorizzato
diventa patrimonio collettivo.
ORGANIZZAZIONE
E COLLETTIVITÀ
Dobbiamo ancora pensare a distinguere la competenza collettiva
da quella organizzativa,
che è data dal processo integrativo e consente alla competenza,
anche collettiva, di interagire
per perseguire risultati comuni.
Credo sia visibile e noto come una somma di ottimi giocatori non
faccia una squadra.
La ben nota "caccia ai talenti" rischia in questo senso
di perpetuare l'idea del manager come
protagonista di successo e non del management come processo interattivo.
I talenti sono utili solo
se si traducono in "talentuosità".
Si pensi all'alveare, dove non ci sono talenti ma talentuosità,
e le competenze sono sicuramente
collettive prima e organizzative dopo.
A questo punto siamo arrivati a trasformare la conoscenza in competenza
organizzativa,
ma perché questo produca valore occorrono ancora "fattori
abilitanti".
Se intorno a un tavolo di riunione decide il più importante
e non il più esperto,
la competenza non è utilizzata.
Se la motivazione delle persone, sia individuale sia collettiva,
è assente o bassa,
l'uso della competenza è modesta.
Ciò significa che occorre ancora una leadership che apprezzi,
incoraggi, sostenga la
competenza, trasformando la sua potenzialità in realtà.
Tutti ricordiamo un professore di latino o di matematica che ci
ha fatto amare la materia
ed è riuscito anche a farci diventare più bravi.
La conoscenza è preziosa per produrre un capitale intellettuale
solo se l'organizzazione
riesce a fare questo percorso. Sappiamo bene che la formazione
di per sé non genera
cambiamento; è capace di intervenire solo sul campo cognitivo
ed emotivo dei singoli,
ma non di tradursi in prestazioni, se non coerenti con il sistema
organizzativo in cui opera.
Sappiamo anche che la formazione degli adulti non scrive su un
foglio bianco come nel caso dei
bambini, ma va a ristrut-turare un apprendimento precedente consolidato
e quindi comporta
una operazione di disapprendimento.
UNA
QUESTIONE DI VALORE
Il valore non è nel bene, ma nell'uso del bene stesso.
Così la conoscenza è davvero un patrimonio,
se produce innovazione da una parte e cultura organizzativa dall'altra.
Sarebbe interessante provare a
fare analoghe riflessioni anche a proposito della conoscenza del
marketing, della relazione tra l'azienda
e il suo mercato. Diciamo tutti che occorre conoscere i bisogni
del mercato, dei clienti, dei diversi segmenti.
Questo è assolutaménte vero, ma le ricerche di mercato,
che producono una enorme quantità di
conoscenza sul mercato stesso, di per sé non bastano.
Se fossero sufficienti, tutte le aziende che investono in ricerca
di marketing avrebbero successo.
Di fatto sappiamo che non è così. Solo in pochi
casi prodotti nuovi, pur sorretti da accurate
ricerche, riesco no a stare sul mercato, e in pochissimi hanno
successo.
Lo stesso ragionamento andrebbe fatto per verificare come l'innovazione
di mercato e
l'educazione di marketing richiedano gli altri passaggi descritti.
"Così
come ogni giorno dobbiamo ripensare a come fare impresa, così
chi ha smesso d'imparare
ha smesso di vivere".
Se
vuoi sperimentare un percorso fattibile scrivi a Milano
Futura.
|